FAMAGOSTA


I BISANTI: MONETE CONIATE A FAMAGOSTA (CIPRO) DURANTE L'ASSEDIO TURCO

22 settembre 1570 - 4 agosto 1571

di


Mario TRAINA* e Sergio ROSSI





*Estratto e modificato dal lavoro di M. Traina: "Gli assedi e le loro monete (491-1861)"
3 voll., 511 tavv., 1480 pagg., Bologna 1975. Per le citazioni vedi lavoro originale.






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Episodio storico avvenuto sotto il dogado di Alvise I MOCENIGO (1570-1577)

Lo storico inglese Rupert Gunnis cosi' racconta l'accaduto: "... 80 mila morti tra i turchi, circa 6 mila tra i veneziani ... Con una linea di combattimento non piu' lunga di due chilometri, l'assedio di Famagosta supera le famose stragi di Londonderry e di Verdun."

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"Vi domandiamo Cipro che ci dovete per amore o per forza. E guardatevi dall'irritare la nostra terribile spada, perche' vi muoveremo guerra crudelissima in ogni parte; ne' confidate nella ricchezza del vostro tesoro, perche' faremo in modo che esso vi sfugga di mano come torrente...". Cosi' senza tanti riguardi, nel febbraio del 1570 l'Ambasciatore della Sublime Porta intima al Gran Consiglio della Serenissima di cedere Cipro.
Venezia con un fortunoso quanto fortunato colpo di mano e' entrata in possesso dell'isola nel 1473. Cipro si e' subito rivelata acquisto prezioso, non solo perche' costituisce uno dei centri vitali del commercio tra Europa ed Asia, ma anche per le sue ricche produzioni: metalli, indaco, zucchero grezzo e lavorato, ricercatissimo in tutto l'Occidente, ottimi vini ed infine, sale di cui Venezia si e' assicurato il monopolio ricavandone parecchie centinaia di migliaia di ducati all'anno. Per questo, nonostante la difficolta' di conservare l'isola, posta a duemila miglia dalla madrepatria, in quel "lago ottomano" che e' diventato il Mediterraneo, Venezia ha sempre difeso con le unghie e con i denti Cipro, piegandosi perfino a pagare alla Sublime Porta un tributo annuo di ben 8500 ducati.
Ma Cipro costituisce per l'impero ottomano una costante minaccia alla sicurezza delle coste della Morea, della Siria, dell'Asia Minore e dell'Egitto; rende malsicuro il possesso di Rodi. E quando Selim II, detto l'Ubriacone, succeduto a Solimano il Magnifico nella guida dell'impero ottomano, decide di riprendere la guerra in Occidente e di estendere ancora di piu' il potere della Mezzaluna, il primo obiettivo che si pone e' la conquista di Cipro, il piu' recente e prezioso, ma anche il piu' lontano dei possedimenti veneziani d'oltremare.

Una forte flotta ottomana si concentra a Negroponte (antica Eubea) per tagliare la strada ad eventuali aiuti veneziani verso l'isola. Venezia ordina a Cipro di resistere ad oltranza e decreta una straordinaria leva di milizie di terra e di mare nei suoi domini di terraferma; ma la Serenissima non se la sente di affrontare da sola l'impero ottomano, all'apice della sua potenza. E poi il problema di Cipro interessa tutta la Cristianita' e la sicurezza dell'intero Occidente. La minaccia di invadere l'Europa, formulata da Maometto II subito dopo la conquista di Costantinopoli e la distruzione dell'impero bizantino, e' ancora piu' attuale e drammatica di un secolo prima. Allora il gran sultano aveva addirittura dichiarato di voler mettere la mezzaluna sulla basilica di S.Pietro ed il turbante in testa al Papa!
Un esercito di 80 mila uomini, al comando del capo supremo dell'esercito imperiale, Mustafa' Pascia', puo' tranquillamente sbarcare a Cipro, sulle spiagge indifese tra Limassol e Larnaca. La principale fortezza dell'isola, Nicosia, posta a difesa del capoluogo, capitola dopo due mesi di lotta, il 7 settembre 1570. Tutti i difensori superstiti sono trucidati o deportati come schiavi; in un sol giorno sono piu' di 15 mila le vittime. Davanti ad un esempio cosi' terribile, Kirenia, la terza fortezza di Cipro, si arrende senza sparare un sol colpo. Rimane ai veneziani solo Famagosta, posta all'estrema sponda orientale dell'isola.


Famagosta e' difesa da settemila uomini e da 500 bocche da fuoco. Le fortificazioni, opera del celebre architetto Sammicheli, sono frutto delle piu' avanzate concezioni belliche: la cinta rettangolare delle mura, lunga quasi quattro chilometri e rafforzata ai vertici da possenti baluardi, e' intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle le mura sono sovrastate da una decina di forti, detti "cavalieri", che dominano il mare e tutta la campagna circostante, mentre all'esterno sono circondate da un profondo fossato. La principale direttrice d'attacco e' difesa dall'imponente massiccio del forte Andruzzi, davanti al quale si protende, piu' basso il forte del Rivellino.



Per spaventare i difensori Mustafa' Pascia' invia a Famagosta, racchiusa in una cesta, la testa del governatore di Nicosia, Niccolo' Dandolo. Ma il Capitano Generale di Famagosta, Marcantonio Bragadin, di antico e nobile casato veneziano, non s'impressiona, respinge ogni intimidazione di resa e da' tutte le disposizioni necessarie per quella lunga ed eroica resistenza "che restera' sempre monumento di gloria negli annali militari". Bragadin ed i suoi uomini sono convinti che Venezia non li lascera' in balia del turco e che, prima o dopo, arriveranno i sospirati e promessi soccorsi.
Il 22 settembre 1570 il blocco di Famagosta e' completo. Un esercito di 200 mila uomini l'assedia per via terra, una flotta di 150 navi per via mare. I turchi hanno completato l'accerchiamento della citta' fino ad un tiro di cannone. Sulle alture circostanti millecinquecento cannoni ed alcuni obici giganteschi tengono sotto il loro micidiale tiro sia la fortezza che i quartieri cittadini; invano i veneziani cercano di salvare i piu' importanti monumenti e le chiese, ricorrendo a "travate di sostegno e cumuli di sacchetti di sabbia": tutto crolla o brucia irrimediabilmente e la popolazione, terrorizzata, si rifugia nella fortezza aggravando la gia' precaria situazione dei combattenti. Tra gravi privazioni e sofferenze - scarseggiano viveri e munizioni - passa cosi' l'inverno 1570.
Nella primavera del 1571 Mustafa' Pascia', che fino ad allora si e' illuso di far cadere Famagosta per fame, decide di passare all'offensiva. Cosi' all'alba del 19 maggio i millecinquecento cannoni turchi scatenano un bombardamento di potenza inaudita che si prolunga senza soste, notte e giorno, per millesettecentoventotto ore, sino alla fine della battaglia, con una tattica di demolizione sistematica delle postazioni difensive e di debilitazione psicofisica degli avversari che trovera' riscontro solo durante l'ultima guerra mondiale con il martellamento italo-tedesco di Malta e con quello americano su Pantelleria. Ma poiche' non bastano a piegare Famagosta le 170 mila cannonate sparate durante la battaglia, Mustafa' Pascia' passa alla "guerra delle mine", con un impiego di esplosivo talmente grande per quantita' e potenza da risultare senza precedenti.
I turchi scavano nottetempo lunghissimi cunicoli sotto il fossato e raggiungono cosi' le fondamenta dei forti, minandole con forti cariche di esplosivo. Vasti tratti di postazioni saltano improvvisamente per aria sotto i piedi dei veneziani, mentre i turchi attaccano selvaggiamente a piu' ondate. L'otto luglio cadono su Famagosta 5 mila cannonate: e' il preludio ad un ennesimo attacco generale che l'indomani si scatena, piu' massiccio che mai, contro il forte del Rivellino. Per arrestare i turchi, Bragadin non esita a dar fuoco alle polveri ammassate nei sotterranei della piazzaforte, sacrificando trecento soldati veneziani ed il loro comandante, Roberto Malvezzi. Con loro sotto le macerie del forte rimangono sepolti migliaia di ottomani.
A difendere Famagosta sono rimasti ormai solo duemila uomini, in gran parte feriti, debilitati dalla fame e dalle fatiche. Da tempo, esaurite le vettovaglie, militari e civili ricevono come razione giornaliera un po' di pane malfermo ed acqua torbida con qualche goccia di aceto. La situazione e' disperata, anche se finalmente la Santa Lega contro il turco e' stata sottoscritta, il 20 maggio, da tutti gli Stati interessati. Ma la flotta spagnola arrivera' a Messina, dove gia' si sono date appuntamento le altre navi alleate, solo alla fine di agosto, quando ormai Famagosta e' costretta a capitolare.
Il 29 luglio i difensori respingono un'altra terribile offensiva del nemico: decine di migliaia di turchi si alternano all'attacco che continua ininterrotto per oltre 48 ore, fino alla sera del 31. Per la prima volta, dopo 72 giorni, i cannoni ottomani finalmente tacciono; centinaia e centinaia di turchi giacciono sul campo di battaglia e sotto le mura della fortezza. Tra gli altri, lo stesso figlio primogenito di Mustafa' Pascia'. Questi, ignorando le misere condizioni degli assediati e preoccupato per le gravi perdite subite, offre ai veneziani patti insolitamente generosi ed onorevoli: se si arrendono, tutti avranno salvi vita ed averi, la popolazione sara' rispettata, chi lo chiedera' sara' trasportato in paese neutrale, onori militari per i vinti.
Marcantonio Bragadin non vuole nemmeno ricevere il messaggero turco e, presagendo quanto sarebbe accaduto in caso di resa, respinge sdegnosamente l'offerta. Ma la maggior parte degli ufficiali, dei soldati, la stessa popolazione invocano la fine di una battaglia troppo impari. Famagosta, abbandonata dalla madrepatria, non ha piu' alcuna speranza di salvezza: bisogna almeno salvare la vita ai superstiti e salvaguardare la popolazione civile. I rappresentanti dei cittadini, il Vescovo, i magistrati, appositamente convocati, optano tutti per la resa. Tanto piu' che al primo agosto rimangono solo munizioni per una giornata di fuoco, mentre i difensori ancora validi sono ridotti a settecento (in media uno ogni 50-60 metri del perimetro difensivo).
Cosi' il 4 agosto, dopo dieci mesi di assedio, i turchi possono entrare a Famagosta. Come Bragadin, che non volle firmare l'atto di resa, aveva previsto, i turchi non rispettano i patti. Mustafa' Pascia', esasperato per la morte del figlio e dalla mancata espugnazione di Famagosta, soprattutto dopo aver accertato l'esiguita' numerica dei veneziani, fa massacrare a tradimento tutti gli ufficiali e deportare come schiavi i soldati. Il colonnello Martinengo, l'unico che aveva avuto il coraggio di accorrere il 24 gennaio 1571 in soccorso di Famagosta a capo di un piccolo manipolo di soldati, e' impiccato per tre volte. Marcantonio Bragadin e' scuoiato vivo dopo tredici giorni di atroci torture: "... e lentamente staccarono dal suo corpo vivo la pelle, spogliandola in un sol pezzo, a cominciare dalla nuca e dalla schiena, e poi il volto, le braccia, il torace e tutto il resto ...". La pelle riempita di paglia e' esposta a guisa di trofeo sull'antenna piu' alta della nave di Mustafa' Pascia'.
I turchi lasciarono sotto le mura di Famagosta ben 80 mila uomini, quanti all'inizio avevano destinato alla conquista dell'intera Cipro; i veneziani circa seimila.
Nel corso dell'assedio, Marcantonio Bragadin avendo esaurito tutte le disponibilita' finanziarie fece battere delle monete di rame: "Cum autem IV non. Majas (a. 1570) per totam insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset, ipse pecuniis indigens ... quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam opportunum nummorum subsidium sperare posset ... aerarium confici quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit; alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in praesidio erant satisfaciebat, adictio facto ut suspendii poena illis esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent." Secondo questa testimonianza del Riccoboni, storico contemporaneo all'assedio di Famagosta, vennero quindi battute monete "con lavoro incessante giorno e notte" e di due specie diverse: del valore di 12 assi e di 4 quadranti. Si tratta di valori completamente sconosciuti nella pur ricchissima serie di monete battute dai veneziani sia per la terraferma che per i domini d'oltremare. I Bisanti - le uniche monete ossidionali di Famagosta a noi note - sono tutti dello stesso metallo (rame) e dello stesso tipo ne' il peso, irregolare date le circostanze (da un massimo di gr 9,47 ad un minimo di gr 3), puo' servire come metro di diversi valori. Anche perche' le sigle impresse sulle monete sono sempre le stesse sia nei "pezzi" di maggiore che di minore peso.


Il Zon, il Lazari e poi il Mailliet avanzarono l'ipotesi che insieme ai Bisanti fossero state coniate durante l'assedio di Famagosta anche quelle strane rarissime monetine di mistura che recano da un lato la leggenda in 4 righe e dall'altro il leone di San Marco. Ma queste monete, oltre alla data 1571 recano anche le date 1572 e 1573; non solo, ma hanno impressa come indicazione del valore una X: non possono quindi identificarsi ne' con i 4 quadranti ne' con i 12 assi di cui parla il Riccoboni. In realta' queste monete non appartengono a Cipro, ma a Candia dove vennero battute durante i 22 mesi del governo di quest'isola dal Provveditore Generale Cavalli (e per questo vennero anche chiamate "cavalline"). Ad eliminare ogni dubbio, sul libro che il Leone tiene tra le zampe e' impressa una piccola stella, che e' parte integrante dello stemma della famiglia Cavalli. Monete non ossidionali, ma di necessita', in quanto battute per un valore intrinseco inferiore a quello nominale (5 gazzette = 10 soldi, come indicato dalla lettera X) per far fronte alle ingenti spese militari richieste dalla guerra contro il turco. Lo stesso Cavalli, in una sua relazione al Consiglio dei Dieci, afferma di "aver stampato e speso monete per diece quel che valeva uno". Monete fiduciarie, quindi, che avrebbero dovuto essere d'argento, ma che in effetti erano in prevalenza di rame. E la loro eccezionale rarita' si spiega con il fatto che vennero tutte ritirate, inviate a Venezia e fuse, mentre i Bisanti di Famagosta del 1570 sono comuni in quanto non vennero ritirati ne' dai veneziani ne' dai turchi.
I Bisanti, battuti durante l'assedio di Famagosta, tutti in rame e con la data 1570, recano al dritto l'impronta del leone di San Marco con la leggenda a spiegazione dello speciale carattere della emissione; sotto la data. Al rovescio, in quattro righe, ; sopra un amorino (che accenna alle tradizioni mitologiche dell'isola cara a Venere), che implora il cielo per vendicare la perfidia dei turchi e sotto l'indicazione del valore BISANTE e le sigle o (forse i segni convenzionali dell'officina monetaria o dell'incisore. Di queste monete esistono parecchie varianti per la diversa punteggiatura tra le parole della leggenda; alcune recano la parola PRESSIDIO invece di PRAESIDIO. Da notare il loro aspetto piuttosto elegante, nonostante le eccezionali condizioni che accompagnarono la loro battitura e che non permisero certo d'indulgere a raffinatezze di conio.
Esiste anche, indubbiamente battuto a Famagosta durante l'assedio del 1570, uno strano "pezzo" forse unico, illustrato per la prima volta dal Castellani nel suo catalogo della collezione Papadopoli-Aldobrandini (n.8304). Mentre l'impronta del rovescio non differisce da quella degli altri Bisanti, il dritto reca al posto del leone la testa di San Marco circondata dalla leggenda: (stella a 5 punte) (come nei doppi Bagattini) il tutto in uno scudetto rilevato al centro e, sotto la data:1570. Intorno, la leggenda: . La moneta, di rame, pesa 6,61 gr ed il diametro e di 28 mm. La moneta apparteneva alla collezione Papadopoli ove era catalogata tra le monete contromarcate. Ma e' da escludere che la testa di San Marco sia una contromarca perche', pur restando piu' rilevata, fa tutto un insieme con il conio e non c'e' traccia della figura del leone che, essendo piu' grande dello scudetto con il San Marco, dovrebbe pur vedersi sotto di questo. Inoltre nel rovescio non c'e' il segno che si trova in tutte le monete contromarcate, dovuto alla pressione esercitata per improntare la contromarca; Pressione che, dato il rilievo e la nitidezza dell'impronta ottenuta, dovrebbe essere stata assai forte. Non resta quindi che l'ipotesi di una prova del Bisante sia pure con un conio diverso, il San Marco, a cui sarebbe poi stato sostituito, nelle monete effettivamente battute, il conio con il leone. Oppure potrebbe trattarsi di un'altra moneta ossidionale diversa dal Bisante (e in questo caso avrebbe ragione il Riccoboni - a parte la fantasiosa denominazione frutto di reminiscenze classiche - a parlare di due tipi e valori diversi); monete che i veneziani avrebbero si' progettato di battere ma senza poi tradurre nella realta'.
Circa l'origine ed il valore del Bisante bisogna rifarsi alla monetazione bizantina da cui legittimamente discende quella di Cipro. Il Bisante o Iperpero (da Byzantion, moneta di Bisanzio) era in origine una moneta d'oro coniata dagli Imperatori di Costantinopoli: e per questo era detta anche Iperpero o Perpero che in greco vuol dire letteralmente "infuocato", "purgato dal fuoco" con chiara allusione alla fusione ed alla distinzione tra l'oro e gli altri metalli. Questa denominazione venne estesa poi a tutte le monete auree in genere. Col passare del tempo, il Bisante divento' in alcune parti del Levante una semplice moneta di conto, il cui valore non rispecchiava piu' quello antico. A Cipro il Bisante venne realmente battuto in oro dai Lusignano, ma sotto il dominio veneto era solo una moneta ideale e serviva come base per tutti i conteggi. Il valore del Bisante di Cipro, che al tempo dei Lusignano conteneva solo una sesta parte d'oro, quattro circa d'argento e il resto di rame (e si chiamava percio' Bisante Bianco), sino a Pietro I (1358) era tale che 3 e 3/4 Bisanti equivalevano al Ducato veneziano; infine a cominciare dal XVI secolo 10 Bisanti erano equiparati al Ducato d'oro di Venezia.
Da notare che il Bisante ossidionale di Famagosta del 1570 e' l'unica moneta battuta a Cipro dai veneziani: le altre monete per Cipro - le Carzie - vennero infatti coniate a Venezia.




P.s.
Il 20 settembre 1998 ci e' pervenuta via e-mail, l'immagine di un Bisante che volentieri mettiamo in rete (ingrand x2,5), vista la buona qualita' della moneta. Essa e' stata rinvenuta nei pressi di Capodistria durante il periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Si ringrazia sentitamente il collezionista che l'ha inviata.






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1998, October 03